4 proposte per una governance digitale da #TERRITORIDIGITALI

In questo articolo ho voluto analizzare e definire alcune proposte e gli obiettivi strategici nel rapporto tra cittadini, aziende e la pubblica amministrazione. Ho preso spunto dalla tappa di #territoridigitali del 29 aprile a Reggio Calabria si è svolta la seconda delle 20 tappe, il tour promosso da Confindustria assieme a una rete di imprese del settore ICT ed alle rete dei Digital Champions, di cui faccio parte per il comune di Scilla (RC).

calabriaUn’occasione per discutere con le imprese e le istituzioni delle opportunità del web e del digitale e per  definire delle buone pratiche e gli errori da evitare in diversi settori legati al digitale, dal turismo alla governance digitale. Ho avuto il piacere di affiancare l’ottimo Stefano Perri, giornalista di Strill.it, nel moderare uno dei tavoli tematici che si sono svolti dopo gli interventi della mattina dedicati alle imprese ed al mondo dell’IT. Trai i tanti anche quello di Carlo Purassanta, AD di Microsoft Italia.

Il tavolo aveva come titolo “E-Democracy: Cittadinanza attiva e governance digitale partecipata’

Un titolo evocativo che ha dato l’opportunità, con il supporto di Antonio Gioia di Miscrosoft, di analizzare il  rapporto tra imprese e cittadini con la Pubblica Amministrazione  attraverso l’uso di strumenti digitali e del web.

Portali istituzionali, servizi al cittadino ed e-democracy sono i temi più dibattuti. Ma anche di sicurezza e di servizi in grado di rendere partecipi i cittadini nei processi amministrativi delle PA.

Emerge subito quanto sia importante è urgente  un’uso migliore di utilizzo di web e dispositivi mobile per fornire servizi ai cittadini e per migliorare la qualità della vita e il decoro urbano. 

Lo scopo dei tavoli tematici è stato quello di presentare un’analisi che raccogliesse:

  • Criticità da superare o bisogni da soddisfare
  • Raccomandazioni
  • Errori da evitare
  • Proposte

Due ore di acuto dibattito che hanno portato alla luce, non solo i problemi che interessano gli strumenti web utilizzati dalla PA, ma anche diversi spunti operativi e possibili soluzioni. Cercherò di riassumerli prendendo spunto dal documento creato come risultato dell’incontro:

1) Efficienza e usabilità delle piattaforme digitali delle PA:

al primo posto emerge una diffusa carenza, specie nelle piattaforme istituzionali e di servizi, di interfacce utente che siano facili da utilizzare e aggiornate alle ultime tecnologie.
Spesso molti siti funzionano solo su determinati browser (ricorre spesso la frase “sito compatibile con Internet explorer”), quasi mai sono responsive, quindi adatti all’uso da mobile e mancano completamente di un interfaccia a misura di utente.

L’oviettivo dovrebbe essere quello di dare all’utente quello che cerca nel modo più semplice possibile. Che  si tratti di un’impresa o un cittadino l’usabilità deve essere una priorità.

Un errore da evitare è quello di non valutare la user experience nella fase di progettazione. Una raccomandazione è quella di valutare le modalità di funzionamento delle piattaforme anche attraverso gli indicatori dati dalla web analytics e dai feedback degli utenti.

2) Integrazione tra enti e big data 

puzzle-e-democracyQuando si tratta di gestione delle informazioni e dei dati della burocrazia che riguarda aziende, famiglie e cittadini, la PA, specie quella locale, va incontro a serie difficoltà. Anche se negli ultimi anni sono stati fatti lenti passi in avanti rispetto a una PA basata sul fax, la mancanza di integrazione tra gli enti rappresenta la principale criticità.

Questo gap informativo costringe gli utenti a indicare più volte le stesse informazioni,  a compilare complicati form e moduli cartacei (che dovranno comunque essere digitalizzati), zeppi di informazioni che potrebbero essere richiamate con pochi click da database in grado di comunicare tra loro. Vogliamo parlare delle file agli sportelli?

La frammentazione delle tecnologie e degli strumenti sarebbe il primo gap da superare. Esistono già le normative che permettono usare strumenti open source che siano replicabili quindi in grado di rispondere alle esigenze più comuni e facilmente aggiornabili e personalizzabili anche quando cambia lo staff o le aziende che gestiscono le infrastrutture e le piattaforme tecnologiche delle PA.

L’acquisizione dei big data è essenziale in questo contesto, ma ancora più importante è come questi dati vengono utilizzati e resi utili per il cittadino o per le stesse pubbliche amministrazione.

Probabilmente bisognerebbe spostare il focus dell’attenzione su un uso appropriato dei dati piuttosto che concentrarsi esclusivamente su quanto e come si possano rendere open data e sul loro impatto nella governance.

3) Gestione delle piattaforme digitali pubbliche

Un’altro nodo cruciale della questione è legato a come vengono gestite le piattaforme. Oltre ad essere poco efficaci i siti mancano di un’adeguata gestione ed aggiornamento.

Il sistema degli appalti e dei finanziamenti per la creazione di strumenti digitali e piattaforme web porta a concentrare le risorse sullo svilupppo, ignorando le esigenze di gestione e di aggiornamento.  Anche i migliori strumenti non servono a niente se non esiste uno staff preparato ad assistere gli utenti e un costante aggiornamento di contenuti e tecnologie.

Evitare lo spreco di risorse è possibile concentrando gli investimenti su progetti più semplici ma efficaci. Supportati da un costante processo di aggiornamento e sviluppo per migliorarne la funzionalità.

La condivisione delle risorse, tecnologiche e umane, è la chiave del successo della rete. Da essa le PA dovrebbero prendere spunto nella gestione delle proprie risorse digitali.

Solo investendo nella gestione dei sistemi informativi e di e-government sarà possibile prestare servizi digitali al cittadino in modo efficace ed utile.

4) Puntare tutto sulle persone

SchmidtGOOGLEesecLe riflessioni fatte in queste settimane nello scrivere questo resoconto, molto approssimativo, sul rapporto tra PA Italiana e “digitale” sono state contemporanee alla lettura di “Come funziona Google” un libro scritto da Eric Schmidt, Executive Chairman ed ex CEO di Google, e Jonathan Rosenberg, già Senior VP per i Prodotti.

Rapportando due mondi tanto distanti ho cercato di cogliere gli aspetti che segnano i successi di uno, google ovviamente, e gli insuccessi dell’altro nell’uso del digitale.

Lungi da me voler paragonare i geni alla guida di aziende come google ai politici/burocrati che guidano le nostre varie autority o agenzie per il digitale. I primi figli di una politica incentrata sul merito, i secondi figli della politica e basta.

Quello che però ho capito chiaramente ragionando sul ruolo del digitale nella nostra società  è l’importanza delle persone. Davanti e dietro a ogni strumento, ad ogni piattaforma o progetto che riguardi il digitale ci sono delle persone. Da un lato persone che dovrebbero fornire dei servizi o informare e altre persone che ne dovrebbero usufruire o addirittura essere attori partecipanti di un processo democratico dove i dati sono solo un mezzo in mano alle persone che li gestiscono o li utilizzano.

Prendo in prestito dal libro dei Googlers un modo di definire quelli che vengono ritenuti “la chiave per raggiungere il successo nel secolo di internet”: i creativi smart. 

Ma cosa sono? Citando Eric Schmidt, un creativo smart “possiede una competenza tecnica profonda nell’utilizzo degli strumenti del proprio lavoro, e un’ampia esperienza pratica […] É un esperto nel fare. Non solo progetta concetti, realizza prototipi.
Possiede capacità analitiche. É  a suo agio con i dati e può utilizzarli per prendere decisioni. Comprende anche i loro difetti ed è attento a evitare un’analisi infinita. Lasciamo che decidano i dati, sostiene, ma non lasciamoci prendere la mano”

E continua “É capace sotto il profilo del business; vede una linea diretta che unisce l’esperienza tecnica con il prodotto eccellente e il successo di business e comprende il valore di ognuno di questi tre elementi.”

Sa competere con intelligenza. il suo armamentario inizia con l’innovazione, ma comprende anche parecchio lavoro. È spinto a diventare grande e ciò non accade limitandosi all’orario di ufficio.”

Comprende l’utilizzatore. Non importa quale sia il settore, conosce il proprio prodotto dal punto di vista dell’utente e consumatore meglio di chiunque altro.”

“É  dotato di una curiosità creativa. Pone domande continuamente, mai soddisfatto dello status quo.”

É un creativo aperto: collabora liberamente, e giudica idee e analisi in base al merito intrinseco e non alla loro provenienza.”

Ovviamente non ogni creativo smart è dotato di tutte queste caratteristiche ma sicuramente tutti devono possedere conoscenze tecniche, energia creativa e un approccio orientato a realizzare concretamente le cose. La cosa migliore dei creativi smart, aggiunge, è che sono dappertutto.

Mi rivolgo agli amministratori, a chi decide i ruoli e le posizioni di potere nelle PA, e a chi detiene le redini dei progetti legati al digitale: scegliete queste persone, scegliete creativi smart. 

Ne basterebbe uno per ogni amministrazione, che possa guidare e motivare chi lavora con e per i cittadini attraverso il web. Scegliete in base ai criteri elencati sopra. Solo così, forse, ci sarà una speranza di potersi innovare, in caso contrario, la nostra distanza dal resto del mondo digitalizzato aumenterà sempre di più fino a diventare incolmabile, tanto da essere l’inizio del nostro, definitivo, declino sul mercato mondiale.